Racconti

Credevo di aver bloccato le portiere

di 
Giovanni Civa

 La cena era stata organizzata dalla mia fresca ex, o almeno credevo che fosse stata lei ad organizzarla, con lei c'eravamo frequentati per così poco tempo, che chiamarla ex mi sembrava di farle un complimento. Il locale era fuori mano e per non arrivare in ritardo ero partito al volo indossando le prime cose trovate nell'armadio.

In frigo

di 
Gianluca Bagnara

Quello che c’era

un vasetto di Capperi al sale marino Saclà
mezzo limone raggrinzito
una bottiglia Birra Peroni da 0.66 cl

I dirupi di un allibratore spennapolli

di 
Elia Giovacchini

Oggi comincia un giorno in cui nessuno ha messo piede. Magia! Magia! Magia!

Il silenzio è un amplificatore del petto, microfono delle rocce, degli stipiti, delle  grotte, dei pollini, dei puzzi, dei ricordi dolci.

Emolliente

di 
Francesca Mazzaglia

Troverò la tua lettera sul comodino, custodita dagli oggetti ordinari e quotidiani di ogni risveglio, adagiata su un libro robusto, un romanzo mai concluso che conduce rapidamente al sonno, vicina al vecchio orologio a sveglia, dalle lancette pesanti e quasi immote sullo sfondo di una carta rattrappita, stampata con grandi numeri, dal due lievemente scolorito nella parte inferiore da sembrare un interrogativo sul tempo.

Sentirla arrivare

di 
Carlo Aragrande

Scende le scale a ritroso, senza voltarsi; fa scorrere lo straccio sui gradini, oscillando lateralmente; urtando la parete con l’intelaiatura della spazzola, il rumore si leva fino ai piani più alti della scuola, riempie i corridoi e le aule, e interrompe ritmicamente il silenzio. Si ferma, infila due dita sotto la manica, tirando energicamente il tessuto perché ceda.

Betsabea

di 
Francesca Mazzaglia

Un bocciolo di nuvola porpora vela le guglie di Betsabea diffondendo un profumo di rosa nella città dalle lunghe e sottili torri di cristallo. Se la spii da una lontana duna del deserto ne sei ammaliato e sai già che cederai alla tentazione di cambiare rotta.

Mio nonno Orfeo

di 
Andrea Bergonzini

Non ricordo una sgridata di mio nonno Orfeo ma una faccia buona.

La nonna mi ha detto poco tempo fa che quando da sposata andò ad abitare a Magreta nella famiglia del nonno c’era rimasta un po’ male perché dicevano pochi rosari.

Gli piaceva giocare a briscola sotto il melo, d’estate, a Faeto, dove andavano all’inizio dell’Estate. Alcune sere rimanevo in casa a guardare giochi senza frontiere e sentivo da fuori le urla mola un carec, va les, stroza!

Morte di un commosso viaggiatore

di 
Silvia Albertazzi

Mio zio è morto di cancro a 58 anni, come George. Come George, era magro, aveva il viso lungo e le guance scavate. Però le somiglianze finivano qui. Mio zio non sapeva suonare, non sapeva cantare, non era ricco e neppure famoso. Era un operaio come tanti, talmente uguale a tutti gli altri da risultare indistinguibile, in fabbrica; uno di quelli che stanno alla catena di montaggio e si sentono - e forse per tutti gli altri sono - solo una mano che muove una macchina, sempre lo stesso gesto, sempre la stessa pena, per anni e anni.

Un parente

di 
Massimo Vaj

— Mi scusi, ma sarebbe ora di uscire, l'orario di chiusura è alle sette e quindici di ogni sera

— Già, ma lei dovrebbe saperlo, sono due mesi che gironzola per il cimitero senza aver mai deposto un fiore…

— Le costerebbe molto dirmi il nome del defunto che sta cercando?

— Non lo conosco il nome

— Mi dica almeno il suo cognome, immagino si chiamerà come lei

— Non so nemmeno il cognome

— Conoscerà il viso, allora

— No, non l'ho mai visto prima

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