Racconti 2010

Credevo di aver bloccato le portiere

di 
Giovanni Civa

 La cena era stata organizzata dalla mia fresca ex, o almeno credevo che fosse stata lei ad organizzarla, con lei c'eravamo frequentati per così poco tempo, che chiamarla ex mi sembrava di farle un complimento. Il locale era fuori mano e per non arrivare in ritardo ero partito al volo indossando le prime cose trovate nell'armadio.

In frigo

di 
Gianluca Bagnara

Quello che c’era

un vasetto di Capperi al sale marino Saclà
mezzo limone raggrinzito
una bottiglia Birra Peroni da 0.66 cl

I dirupi di un allibratore spennapolli

di 
Elia Giovacchini

Oggi comincia un giorno in cui nessuno ha messo piede. Magia! Magia! Magia!

Il silenzio è un amplificatore del petto, microfono delle rocce, degli stipiti, delle  grotte, dei pollini, dei puzzi, dei ricordi dolci.

Mio nonno Orfeo

di 
Andrea Bergonzini

Non ricordo una sgridata di mio nonno Orfeo ma una faccia buona.

La nonna mi ha detto poco tempo fa che quando da sposata andò ad abitare a Magreta nella famiglia del nonno c’era rimasta un po’ male perché dicevano pochi rosari.

Gli piaceva giocare a briscola sotto il melo, d’estate, a Faeto, dove andavano all’inizio dell’Estate. Alcune sere rimanevo in casa a guardare giochi senza frontiere e sentivo da fuori le urla mola un carec, va les, stroza!

Morte di un commosso viaggiatore

di 
Silvia Albertazzi

Mio zio è morto di cancro a 58 anni, come George. Come George, era magro, aveva il viso lungo e le guance scavate. Però le somiglianze finivano qui. Mio zio non sapeva suonare, non sapeva cantare, non era ricco e neppure famoso. Era un operaio come tanti, talmente uguale a tutti gli altri da risultare indistinguibile, in fabbrica; uno di quelli che stanno alla catena di montaggio e si sentono - e forse per tutti gli altri sono - solo una mano che muove una macchina, sempre lo stesso gesto, sempre la stessa pena, per anni e anni.

Un parente

di 
Massimo Vaj

— Mi scusi, ma sarebbe ora di uscire, l'orario di chiusura è alle sette e quindici di ogni sera

— Già, ma lei dovrebbe saperlo, sono due mesi che gironzola per il cimitero senza aver mai deposto un fiore…

— Le costerebbe molto dirmi il nome del defunto che sta cercando?

— Non lo conosco il nome

— Mi dica almeno il suo cognome, immagino si chiamerà come lei

— Non so nemmeno il cognome

— Conoscerà il viso, allora

— No, non l'ho mai visto prima

Parenti

di 
Patrizia Barchi

Mia nonna

Mia nonna era timida e si sentiva a disagio di fronte all’intraprendenza del nonno, suo marito. C’è da dire però che fondamentalmente il vero timido era il nonno e la vera sfacciata era la nonna, riservata e incerta, che in generale se la cavava meglio del nonno chiassoso e piuttosto impertinente. Comunque il nonno non era sfacciato in modo assoluto e tuttavia era più sfacciato della nonna e la cosa è piuttosto normale.

Come appresi d’essere un lontano cugino di Cappuccetto Rosso

di 
Guido Sperandio

 Anche per nonno Pietro arrivò l’inevitabile momento del trapasso e il giorno del funerale, alla cerimonia in chiesa, stavo davanti alla bara in prima fila, tra mia madre e mia sorella. 

Il sacerdote officiava sull’altare e io, con la testa persa nel limbo dei ricordi, ripassavo l’incredibile antologia di racconti che, negli anni, nonno Pietro mi aveva sciorinato. 

El Frisa, il parente garibaldino di nonno Rocco

di 
Edoardo Micati

- Buongiorno nonno Rocco, ti vedo in forma, pari nu cardillu. Ti voglio presentare due cari amici.

- Giovanni, piccinnu miu, esageri sempre tu. Vedo con te una bella signora, cosa può mai volere da me, da nu poveru vecchiu?

- Ehi, nonnu Roccu, ti sei accorto della bella signora, non però di suo marito.

- Ah, scusatemi, col riverbero non l’avevo visto. Ripeto la domanda: che cosa può volere da me una così bella coppia, da nu poveru ecchiu?

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